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HANNES EGGER E LA VITA CHE PENDE DAL SUPREMATISMO

Paolo Meneghetti

Per il filosofo Carlo Michelstaedter l’esistenza si equipara idealmente ad un piccolo peso. In sostanza, la vitaresta un continuo “inseguimento…di se stessa”. Ciò le accade mediante uno strano “movimento” interno, del tutto metaforico e paradossale. Come ogni “peso” punta sempre (necessariamente) a superarsi,dirigendosi verso il basso (tramite la gravità), così la nostra esistenza sembra a Michelstaedter perdutamente tesa ad “annullare” la sua costitutiva forza “corporea”. Dunque, raggiunto il momento di “arresto” finale (s’intende: con la morte, per noi del tutto inevitabile), la vita umana termina di inseguire se stessa.

L’installazione di Hannes Egger fa in modo che pochi chiodi sostengano il filo col caratteristico “peso” che i muratori usano per controllare se l’innalzamento d’una parete è perfettamente in verticale. Qui il “rilevatore” resta affisso, ma la sua cordicella segue un andamento più geometrico. Nella prima opera il filo (sorretto dai chiodi) riproduce la forma d’un quadrato, i cui lati però non si collegano interamente fra di loro. L’angolo in basso a destra è mancante, notando il medesimo “peso”. Sparisce tutta la “sicurezza” che la percezione del quadrato va sempre infondendoci. Là essa ha per suo “fondamento” (col lato orizzontale che si trova in basso) un disarcionamento di se stessa. L’uomo può ragionare solo perché dapprima appartiene alla “terra”, da cui nasce al fine (inevitabilmente) di tornarci, dopo la morte. Lo “squarcio” di tale quadrato speculativo apre verso l’abisso del Mistero, oltre la vita. Lo “strappo” della figura più simbolicamente razionalistica “complica” quello notoriamente già compiuto dall’artista Malevic. Adattando la sua estetica alla morale di Michelstaedter, sembra che l’installazione delinei “il suprematismo del peso di vivere”.

Nella seconda opera di Hannes Egger accade che il “rilevatore” venga inserito al centro del quadrato con la cordicella. Una soluzione esteticamente interessante, perché così ci pare che il peso assume una qualità di tipo “pendolare”. Il “rilevatore” scandisce il “count-down della vita umana”, per cui la nascita è già da se stessa destinata a tramutarsi in morte. La terza opera mina la sicurezza della squadratura razionalistica aggiungendo un filo che riproduca la forma del triangolo acuto. Un segno che spesso rimanda a qualcosa di “pericoloso”.

Nelle sue pitture, Egger va complicando tali temi usando un tratto tanto cubistico quanto surrealistico. Si noti la tela in cui la presenza del triangolo sembra più “tranquillizzante”, perché avendo nel vertice il disegno d’uno stambecco noi potremmo vedere una “semplice” montagna. Però la figura è di colore nero, cosicché la bestia rischia di farsi “risucchiare” da quella stessa terra che le permise di nascere. Nella tela successiva il triangolo contiene dentro di sé una strana figura. Noi vi rinveniamo la compresenza di tre allusioni diverse: al cuore, al toro, all’ala. In tale triangolo l’oscurità della morte “punta” contro un terno di “dimensioni metaforiche”. Il cuore alluderebbe al “piano dell’anima” ed il toro a quello degli “istinti corporei”, per cui l’ala esprimerà la chance di trascendere entrambi i livelli, oltre il Mistero della vita.