Critics

The Grand Hotel Cubo
Una testimonianza

Frida Carazzato

Primi del Novecento, Gustave H è il portiere di un lussuoso albergo nella Repubblica di Zubrowka, un paese immaginario in Europa. L’hotel in questione è il The Grand Budapest Hotel e Gustave H oltre ad essere il simbolo dell’eleganza e dell’efficienza dell’hotel è anche il detentore di tante storie portate dagli ospiti che vi soggiornano.
Sono in una sala buia di un cinema poco affollato e The Grand Budaspest Hotel è un film di Wes Anderson. Prodotto negli Stati Uniti nel 2014, esce in Italia il 10 aprile 2014.
Pochi giorni dopo, il 16 aprile, mi trovo all’inaugurazione di un Hotel nel quartiere Don Bosco di Bolzano. La nuova struttura ricettiva, Hotel Cubo, può ospitare massimo due adulti a notte, non ha un bagno, solo una toilette e un lavandino. La colazione non è inclusa. Viene fornita la biancheria e tutto quello che può essere utile per un giro turistico nel circondario: una mappa, una bicicletta e un‘ audioguida. La privacy invece è a discrezione dell’ospite. Sono chiamata a fare da concierge, tradotto: portinaia. Mi devo occupare di accogliere gli ospiti e di accompagnali in stanza, mostrare loro come funziona la chiave, le luci, il bagno, gli orari di check-in e check-out, indicare i ristoranti vicini, ma soprattutto devo effettuare la registrazione. Nome, cognome, data e luogo di nascita, fotocopia del documento d’identità, “Ecco metta una firma qui in calce al regolamento. A che ora se ne andrà domani?”… “Si ora mando via email i suoi dati alla questura per informali del suo pernottamento. Cosa? Un parcheggio? Be’ in zona ce ne sono, ma se preferisce può lasciare la macchina in centro e raggiungere l’Hotel Cubo in bicicletta, è tutto gratuito. Qui, invece, la sua ricevuta per la caparra, le verrà riconsegnata domani al momento del check-out, ci sarò io o l’ideatore dell’Hotel”. Invece sarò io a salutare l’ospite, alla fine sono riuscita ad organizzarmi.
Prendo la giacca, le chiavi, la mia bici e si parte. Attraversiamo i ponti curvi sul Talvera, giriamo a sinistra, passiamo davanti al Lido, sotto Ponte Roma, proseguiamo per tutta la ciclabile fino e dopo Ponte Palermo, alla prima sulla sinistra si svolta. Una curva a gomito e una discesa breve, ma ripida, ci fa incrociare via Alessandria. Si passa a lato del Parco e della Casetta delle Semirurali. Incrocio, poi sulla sinistra Santa Maria in Augia e sulla destra la Chiesa di Don Bosco. Altro incrocio: via Sassari, si gira a sinistra e dopo pochi metri si vendono i cartelli marroni, quelli della segnaletica per i punti d’interesse culturale. Si legge: Piccolo MUSEION – Cubo di Garutti. Si passa sotto un arco e subito appare la scritta di Hotel sopra la struttura cubica. Esattamente un cubo tre metri per tre.
Le tende sono aperte, si vede subito il letto alla francese, struttura in legno chiaro e lenzuola bianche. Un comodino, una lampada, due grucce e sopra il letto una mensola con alcuni cataloghi, la mappa del quartiere e pendenti ai lati le due cuffie delle audioguide.
Nascosto tra le pieghe delle tende nere e pensanti un estintore.
Dietro il piccolo cubo-hotel il bagno chimico blu.
“Ecco con questa chiave apre la porta mentre con questa il bagno. Stia attento a non chiudersi fuori, porti sempre con sé le chiavi. Qui l’interruttore della luce e invece qui può togliere il nodo e liberare le tende e chiudere perfettamente la stanza. Non si preoccupi, se non lo vorrà, nessuno da fuori la vedrà”. Faccio notare il libro sul comodino: “Questo è il nostro guest book, può scrivere quello che vuole. Vede, ognuno ha disegnato o descritto come ha trascorso il tempo e la notte qui”. …
“Be’ a dire il vero non c’è una sola tipologia di persone, hanno dormito qui architetti, artisti, fotografi, danzatori, turisti, persone comuni, singoli, coppie, madri o padri con figli. Sono contenta che le piaccia. Ah, le faccio notare che qui su questo foglio sono riportati tutti i numeri di sicurezza, anche il mio se ha bisogno”.
Lascio l’ospite e gli prometto un caffè il giorno dopo quando tornerò per il check-out. Nel frattempo alcuni bambini, sotto l’occhio vigile dei nonni e di mamme casalinghe, ci osservano e senza timidezza si avvicinano alle vetrate dell’hotel. C’è chi bussa e scappa via.
La struttura del bagno blu copre la didascalia posta sul muro dietro l’edificio “In questa piccola stanza saranno esposte opere del museo d’arte moderna e contemporanea di Bolzano per far sì che i cittadini di questo quartiere le possano vedere. Questa opera voluta dalla Provincia Autonoma di Bolzano – Alto Adige cultura italiana, è dedicata a tutti quelli che passando di qui, anche per un solo istante, la guarderanno”.
Penso che ora l’hotel e chi vi dormirà è diventato un’opera che si dà a tutti quelli che la guar-deranno, penso anche che ci sarà un modo diverso di guardare, forse più curioso. Anche più scettico.
Ho ripreso via Alessandria e faccio la salita verso la pista ciclabile lungo il Talvera. Domani l’appuntamento per il check-out è alle 10.00.
Ore 9.50 del giorno dopo. Ripercorro la stessa strada, ho con me la caparra. Trovo l’ospite seduto sulla panchina vicino l’Hotel con i capelli un po’ arruffati: “Caffè?”.
Mi racconta che è andato tutto bene, a parte un iniziale senso di claustrofobia. Allora ha provato a stare per un po’ con le tende raccolte per vedere fuori e avere la sensazione che la stanza fosse più grande, poi le ha tirate. Di notte qualcuno ha bussato sul vetro, ma solo due volte. Ha dormito bene, ma non ha resi-stito all’idea di riaprire di nuovo le tende per vedere l’alba e restare a letto mentre sorgeva. Gli chiedo: “Farà il giro del quartiere ora?”.
L’ospite mi racconta da dove viene e cosa fa. Mi racconta le sensazioni che si provano a stare in una stanza quadrata. Il nostro caffè dura una quarantina di minuti, intervallato dalle risate della proprietaria del bar che offre le audioguide anche a chi non ha pernottato nell’Hotel.
Saluto l’ospite “Mi ha fatto molto piacere!” gli dico sinceramente. Riprendiamo le bici, io verso la solita pista ciclabile, lui per un altro punto della città.
Non ho una divisa bella e curata nei minimi dettagli come Gustave H di The Grand Budapest Hotel e forse mi manca anche il suo savoir faire, ma anch’io ho interpretato un ruolo e come lui ho ascoltato e raccolto storie.
Ho performato il progetto di Hannes Egger per il Piccolo MUSEION – Cubo Garutti assieme a lui e tutti coloro che vi hanno partecipato in qualità di ospiti.
Ho anche spostato e modificato il mio ruolo, da curatrice a concierge. Ma non cambia molto: ho cercato di prendermi cura di un luogo, di coloro che temporaneamente l’hanno abitato e di coloro che invece, abitandovi lì attorno, lo vivono come parte del loro paesaggio quotidiano.